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di Giovanna Di Vincenzo 

(Twitter@GioDiVincenzo)

Milano, 12 nov.- Agichina24 ha intervistato Alberto Forchielli, partner fondatore di Mandarin Capital Partners e presidente di Osservatorio Asia, a margine del convegno di Osservatorio Asia che si è tenuto giovedì 8 novembre con il titolo "Asia: le nuove sfide dopo Congressi ed elezioni". In questi giorni si svolge in Cina il XVIII Congresso del partito comunista che al suo termine svelerà i nomi della nuova squadra politica alla guida del Paese nei prossimi dieci anni. Abbiamo chiesto ad Alberto Forchielli, che cura un blog molto popolare su Caixin, come vede il futuro della Cina.



Il XVIII Congresso del Pcc è iniziato da pochi giorni. Dopo il decennale governo Hu-Wen, quali sono i problemi sistemici che dovrà affrontare la nuova leadership?

Per prima cosa, è importante che avvenga il passaggio da un'economia trainata dalle esportazioni a un'economia supportata dai consumi interni - il che è più facile a dirsi che a farsi, per diverse ragioni. Negli anni passati sono stati realizzati grossi investimenti per costruire fabbriche e infrastrutture, portando la Cina a raggiungere oggi quasi un livello di saturazione. L'aria è sempre più inquinata. Non ha senso continuare a produrre beni imitando i modelli di consumo occidentali: i cinesi sono troppi, manca (semplicemente) lo spazio.

La Cina dei prossimi anni dovrà potenziare l'industria virtuale ed elettronica, sviluppare ulteriormente i servizi - media compresi. Affinché la gente 'consumi' più informazione c'è bisogno di maggiore creatività, ossia maggiore libertà: con una censura che limita e controlla l'attività dei creativi, è però difficile che nasca una Hollywood cinese.

La liberalizzazione del settore finanziario andrebbe a creare valore aggiunto, ma se non diminuisce il controllo centralizzato delle risorse finanziarie e delle banche, è difficile ipotizzare questo cambiamento. Aprire il mercato finanziario priverebbe il partito delle sue armi fondamentali: il controllo dei tassi di cambio, dei flussi finanziari e dei capitali.

 


Da tempo studiosi sia cinesi sia internazionali si interrogano sul futuro delle riforme. Le riforme avranno un nuovo impulso? Quali settori ne avrebbero più bisogno?

 

In Cina le vere riforme le hanno fatte Deng Xiaoping negli anni ottanta e Zhu Rongji negli anni '90, quando il governo smantellò il sistema delle imprese pubbliche inefficienti. Da allora, nulla di nuovo: sono anni che i politici parlano di riforme, senza concludere nulla. Si parla da tempo di sollevare i consumi interni che però, nel frattempo, sono arretrati rispetto al Pil.

A livello finanziario è cambiato pochissimo: abbiamo assistito a qualche timida iniziativa di tipo offshore, ma nulla di significativo.

A livello politico, poi, la resistenza è orte perché le riforme potrebbero minare il potere centrale del Partito. Esiste una corrente di pensiero all'interno del partito che vuole riformare il sistema e un’altra che vuole invece tornare ai vecchi modelli perché teme di spingersi troppo oltre la strada tracciata dai precedessori.

Un altro freno alle riforme è costituito dagli interessi delle lobby imprenditoriali: stimolare la domanda interna vuol dire spostare gli investimenti da alcune elite imprenditoriali verso altre, scontentando grossi imprenditori che vogliono continuare a investire nel proprio feudo imprenditoriale.

Inoltre, per incrementare i consumi è necessario aumentare gli stipendi, una mossa che inciderà su un aumento del costo del lavoro e una minore competitività della Cina rispetto ad altre piattaforme produttive. Attuare le riforme diminuisce il controllo del Partito sull'economia e sui flussi di denaro ed espone la Cina a nuove sfide e difficoltà.

Siamo quindi arrivati a un punto in cui per modernizzare il modello economico occorre modificare il modello politico, opzione esclusa dai politici cinesi fino ad oggi. Nel frattempo, però, le differenze sociali sono sempre più evidenti: la disparità tra ricchi e poveri, le divergenze tra lavoratori residenti e non residenti, rischiano di generare conflitti interni nel momento in cui l'economia dovesse rallentare visibilmente, e in maniera rilevante per il portafoglio dei cinesi.

In definitiva intravedo due scenari possibili.

Nel primo, il sistema potrebbe accettare un rallentamento dell'economia al 5%, rinunciando all'obiettivo economico di raddoppiare il Pil entro il 2020. Nel secondo scenario, potrebbe sopraggiungere una crisi economica - tra un anno o anche tra 10 anni, nessuno può prevederlo - e solo allora, costretto dalla congiuntura negativa, il partito potrebbe accettare di mollare la presa e dare attuazione a sostanziali riforme politiche ed economiche.



Il XVIII congresso è iniziato due giorni dopo la rielezione di Obama alla presidenza Usa. Questi due eventi come modificheranno l’assetto globale? Qual è il ruolo dell’Europa in mezzo alle due potenze?

Viviamo in un mondo bipolare in cui l’Europa stenta ad affermarsi come il terzo polo. Al contempo, però, non si tratta di un contesto bipolare antico come quello dominato dal rapporto tra Usa e ex-Unione Sovietica all'epoca della Guerra Fredda; oggi sono entrati in scena nuovi soggetti in grado di ritagliarsi uno spazio nella scacchiera internazionale, come ad esempio la Russia, il Brasile, la Turchia.

Cina e Stati Uniti hanno dei fortissimi interessi economici convergenti: le due economie si sono modellate una in funzione dell’altra. I problemi di natura politica che oppongono le due potenze antagoniste, si concentrano sostanzialmente sul controllo dell’Oceano Pacifico.

I cinesi non hanno un disegno di egemonia globale, ma vogliono essere padroni dei mari circostanti il territorio cinese e controllare quelle vie di approvvigionamento ritenute vitali per l’economia. L'atteggiamento assertivo della Cina in politica estera crea, come sappiamo, malumori con gli altri Paesi vicini. Gli americani sfruttano questa situazione come 'merce di scambio' per trattare con la Cina.

Faccio un esempio: ai cinesi è stato affidato il compito di tenere a bada - e pacificare - l’Afghanistan per non far saltare la situazione in Pakistan. Gli americani, per assicurarsi che i cinesi svolgano questo compito in maniera civile, adoperano l' 'arma' del Pacifico. In questa prospettiva, l’appoggio ai vari Paesi coinvolti nell’area serve agli Usa per controllare le azioni della Cina in altre parti del mondo.



Come è cambiata la situazione per le imprese occidentali negli ultimi dieci anni rispetto alla possibilità di entrare nel mercato cinese? Il trattamento da parte della Cina ha subìto delle restrizioni? E quale futuro si prospetta per queste imprese?

La Cina ha smesso di essere una piattaforma produttiva per il resto del mondo. Altri paesi oggi risultano più convenienti per il costo del lavoro (Messico, Brasile, India). Ciononostante, essere presenti nel mercato cinese continua ad essere fondamentale per le imprese. I tassi di profitto delle aziende straniere finora sono stati altissimi, per questo motivo le lobby industriali hanno sempre difeso la Cina.

A causa di un tasso di investimento del 50%, oggi i concorrenti cinesi sono aumentati, soprattutto in alcuni settori dove gli occidentali avevano prima il controllo incontrastato, come la tecnologia. A causa degli investimenti massicci e dei frequenti 'furti' di tecnologia, questo è diventato un mercato sofferente, nel quale sarà sempre più difficile competere. Inoltre alcuni settori industriali cinesi sono sempre più destinati ad andare in sovrapproduzione: la conseguenza più lampante si vede oggi nell'industria automobilistica che ha raggiunto una fase di stallo, e diventerà sempre più arduo potenziarne lo sviluppo.

I nuovi settori dove nei prossimi anni sarà possibile avere ritorni economici sono quello dei beni di consumo, quello ambientale, quello energetico (la Cina ha sempre bisogno di energia). Ma soprattutto la sanità: dare maggiore assistenza sanitaria è infatti un obiettivo su cui non esistono resistenze a livello politico interno. Sul filone dell’investimento ambientale, energetico e sanitario è stato infatti raggiunto un consenso tra le varie fazioni interne al partito.



In concomitanza con l’apertura dei lavori del congresso, si è svolto giovedì 8 novembre il convegno di Osservatorio Asia, il think tank focalizzato sul business tra Europa e Cina. A quali conclusioni è giunto alla fine del convegno? Quali sfide per la Cina del futuro?

A conclusione del convegno, Osservatorio Asia è ancora più convinto che le riforme saranno incomplete fino a quando la futura leadership non vivrà momenti di drammaticità. Il partito finora ha mantenuto una certa capacità di adattamento. È quasi certo che il Paese vivrà una profonda crisi da qui al 2020: prima o poi, si innesteranno processi riformatori - ma solo dopo una crisi di settore. Solo l'avvento di una crisi, in altre parole, costringerà la leadership a mettere a punto dei veri aggiustamenti. L’Europa stessa sta vivendo momenti critici, allo steso modo anche la Cina dovrà attraversare i suoi.



Quali progetti per il Fondo Mandarin? Ci può parlare del neonato progetto Mandarin II?


Come conseguenza dell’over-investment, le imprese cinesi ormai si sentono strette nel proprio mercato. Il prossimo sarà il decennio dell’investimento cinese in varie direzioni e con vari obiettivi, tra cui assicurarsi le materie prime, l’alimentazione, l’energia e la tecnologia. Il Mandarin I e II si collocano su quest’ultimo filone.

Nel campo dell’acquisizione di tecnologia, i cinesi puntano su tre mercati: Giappone, Usa e Germania. Investire in Giappone è un’impresa ardua, orientarsi verso gli Usa presenta numerosi ostacoli: a mio avviso, la meta preferita per l’investimento industriale dei cinesi è la Germania. Il Mandarin è il primo fondo outbound cinese e dovrà focalizzare le proprie operazioni sul mercato tedesco prima che la concorrenza locale ci batta in velocità. Abbiamo già aperto un ufficio a Monaco, la prossima mossa sarà quella di costituire un fondo più grande con un presidio in Germania.

I cinesi sono molto soddisfatti del Mandarin I grazie ai grandi risultati ottenuti. Oggi, con pari entusiasmo, i partner cinesi ci stanno appoggiando in questo sviluppo tedesco. Negli ultimi anni il Fondo Mandarin si è fatto apprezzare: siamo stati il primo fondo ad ottenere fondi dal governo cinese; abbiamo realizzato il primo grande investimento cinese in Europa acquisendo Cifa; ci siamo affermato come il più grande fondo sino-europeo esistente. I tedeschi ci conoscono, ci stimano. Sarebbe quasi sciocco non continuare in questa direzione: oggi la parola d'ordine è oltrepassare il Brennero.

Publications

Alberto Forchielli e Romeo Orlandi
“Notebook from China (and much more)”
Publisher: KKIEN Publ. Int
Price € 2,49
 

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Asia: Le Nuove Sfide dopo Congressi ed Elezioni - 9° Convegno Annuale di Osservatorio Asia

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